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Polywork: andare oltre il Job Title

La trappola del Job Title

Vi siete mai chiesti cosa mettere nella Job Title di Linkedin? Immagino di sì, questo perché quello che vi scriviamo è il nostro biglietto da visita, la prima cosa che i nostri contatti leggono qui su Linkedin e definisce la nostra identità agli occhi degli altri.

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A volte darsi una etichetta non basta perché l’evoluzione del mercato del lavoro e del mondo digitale porta le persone ad avere più identità lavorative a seconda delle attività e dei progetti, poi inoltre vi sono le passioni, gli hobby e i “side hustle” ovvero i progetti paralleli che molti stanno curando o lanciando.

La forza lavoro più professionale, in particolare la fascia dei Millennial (di età compresa tra 25 e 40 anni) e della Gen Z (fino a 24 anni), rifiuta sempre più il concetto di lavoro a tempo pieno e con un datore di lavoro unico a favore di qualcosa che viene soprannominato “polywork ” ossia essere impegnati in più progetti e più lavori contemporaneamente.

Questo concetto è nato durante la pandemia quando molte persone hanno fortemente ripensato il loro ruolo lavorativo, lanciando nuovi progetti paralleli o licenziandosi e cercando di reinventarsi. Molti sono diventati freelance, altri hanno lanciato startup, altri ancora si sono dedicati a progetti culturali o senza scopo di lucro. Alcuni grazie allo smart working hanno iniziato ad avere più lavori, sia come dipendente o come freelance per più aziende.

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Durante la pandemia è esplosa, anche grazie alle potenzialità del digitale, la necessità di liberare la propria personalità e le proprie passioni nella sfera lavorativa. Una ricerca infatti ha rilevato che il 55% di 1.000 lavoratori intervistati, di età compresa tra 21 e 40 anni, ha affermato che una vita professionale entusiasmante è più importante del denaro. Solo il 35% ha affermato di poter immaginare di restare con un solo lavoro per tutta la vita, mentre quasi il 64% ha affermato che stava già facendo più di un lavoro o sperava di farlo in futuro. Oltre il 70% degli intervistati ritiene che la pandemia abbia accelerato la tendenza. 

L’altra faccia della Great Resignation, ovvero il grande abbandono dei monotoni posti fissi è quindi il Polywork, la libertà di essere sé stessi nella vita professionale quanto in quella privata e di intraprendere più lavori e progetti contemporaneamente.

Polywork: una idea di libertà d’espressione professionale

Peter Johnston Ã¨ un ex-googler e founder di una startup (Kalo/Lystable), una piattaforma nata per organizzare il lavoro dei freelancer per le aziende.

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Conoscendo bene il mondo delle startup e dei freelancer, Peter si accorge quanto i Social Network Professionali siano limitativi nell’espressione delle personalità e di quanto poco rappresentino la personalità e i progetti di una grande parte dei giovani professionisti che incontra.

Nel 2021 Peter scopre il fenomeno del Polywork e capisce di voler creare un social network professionale dove una non rappresentativa job title non fosse al centro di tutto.

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Prende spunto dal neologismo appena scoperto e fonda Polywork, un social network professionale che consente agli utenti di creare una pagina Web personale gratuita (una via di mezzo tra un Linkthree e un Profilo Linkedin) e creare connessioni e collaborazioni di valore. Nella propria pagina personale è possibile aggiungere badge, condividere i propri highlights (traguardi o nuove attività e progetti, come newsletter o podcast) ed inviare richieste di collaborazione ad altre persone.

Polywork è stato fondato sull’idea che le persone sono più delle etichette che la società ha assegnato loro, come i titoli di lavoro e le scuole in cui sono andati. 

Scott Belsky (fondatore di Behance e Chief Product Officer di Adobe) ha scritto un tweet eloquente a riguardo, affermando come la lista dei job titles e delle aziende con cui si è lavorato siano una definizione inadatta e antiquata per intuire il potenziale di una persona. Ha aggiunto che le persone vogliano connettersi in base ai progetti su cui si ha lavorato, alle persone con cui si ha collaborato, ed in base alle iniziative prese per raggiungere i propri obiettivi.

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Tutta questa filosofia è riassunta da Peter Johnston in un articolo scritto da lui stesso su Medium, ed il riassunto di questo articolo è sviluppato poi in questa sezione del sito di Polywork in cui si esprime la value proposition della Startup.

Secondo Johnston, gli esistenti network professionali, come il più usato, LinkedIn, falliscono nel presentare chi siamo davvero, in quanto scindono eccessivamente l’identità personale da quella professionale, ma soprattutto si ostinano a ridurre tutto ad un unico job title quando invece noi siamo diverse cose, contemporaneamente.

“LinkedIn ha creato una cultura in cui mi sento letteralmente come se non potessi rappresentare ciò che considero la parte migliore di me per paura che venga considerato ‘inappropriato’ o ‘non professionale’. ( Kobi Ansong , Music Manager, scrittore, consulente, mentore e maratoneta).

Esattamente il contrario è quello che cerca di fare Polywork sin dall’inizio. Dopo l’accesso viene chiesto di selezionare diversi badge, potenzialmente infiniti, per descrivere completamente chi siamo, e attenzione, non ci sono solo ruoli aziendali limitati. Infatti, non è difficile trovare badge insoliti come “start wars lover”, “vegan” o “attivista”. La parte più interessante è probabilmente la possibilità che gli utenti hanno di aggiungere, inventandoli, dei badge a seconda dell’esigenza o del puro gusto. Ma a cosa servono? È presto detto.

Come funziona Polywork?

Per il momento è accessibile tramite webapp e per entrare ci sono due opzioni: mettersi in lista di attesa oppure possedere un vip code. È presente quindi il meccanismo degli inviti come in Clubhouse.

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Atterrati sulla piattaforma, la prima schermata che si presenta davanti è molto colorata di un viola sgargiante e con un design che strizza l’occhio al metaverso, in cui il founder crede molto, Polywork nella sua prospettiva dovrebbe diventare il nuovo Linkedin del metaverso infatti.

L’accesso è semplice, una volta inserite le credenziali chiede quale, tra i quattro assistenti virtuali disponibili, desideriamo, scegliendo quello che ci è più affine (ognuno ha una breve descrizione della personalità).

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Dopodiché è possibile aggiungere un racconto della nostra persona e, la feature principale, cominciare a scegliere i tag che appariranno sotto la nostra immagine e nome del profilo, per descriverci. Come indicato prima, è possibile inserire davvero di tutto: ti piace leggere? Selezioni un badge, sei un genitore? Ne selezioni un altro, sei stato ospite in un podcast? Selezioni pure quello. Insomma, davvero tutti i tipi, talmente tanti che ne esiste uno “troppi badge”. 

Il loro scopo, oltre a descriverci al meglio, lo si comprende quando ci si clicca sopra: vengono mostrate tutte le persone che lo possiedono, quindi se si volesse trovare un consulente, un freelance, una persona che abbia una determinata skill utile per un progetto, sarebbe molto semplice trovarla.

Ma non finisce qui, anche la creazione dei contenuti, i cosiddetti highlights, viene facilitata proprio dalla categorizzazione degli stessi secondo l’utilizzo dei badge. Se ad esempio si desidera condividere l’aver fatto una live su Twitch, si inserisce il badge “delivered a livestream” con sotto la descrizione come in un normale post. I diversi post nel loro complesso sono organizzati temporalmente come in una timeline nella quale si possono aggiungere anche eventi passati, precedenti alla creazione della piattaforma.

A completare il profilo, infine, vi sono il numero di followers e i seguiti, le posizioni lavorative e i link ad altri canali o al sito web oltre alla possibilità, in alto a destra, di visualizzare e rispondere ai messaggi ricevuti. Mancano, invece, i like e la sezione commenti è molto minimal.

In alto a sinistra c’è la possibilità di giungere a due diverse pagine al di fuori del proprio profilo: il Feed e il Find Collaborators.

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Nel Feed si possono trovare alcune persone da seguire e nella sezione “opportunità” si possono visualizzare degli “annunci” di persone che cercano aiuto per svolgere diverse attività, ancora una volta, tramite una serie di badge selezionati.

Nella seconda pagina è possibile collaborare facilmente con le persone per le più disparate attività: assumere, trovare un co-founder, trovare il collaboratore per un progetto. In questa sezione, infatti, sono presenti tutte le persone, suddivise per categorie a seconda della disponibilità, che è possibile contattare per qualsiasi ragione: dalla creazione di contenuti al fondare una startup, da trovare un mentor a fare volontariato.

Cosa potrà diventare Polywork?

Il social è stato lanciato ad aprile di quest’anno e già a maggio ha ricevuto un seed round di 3.5 milioni di dollari, come racconta Tech Crunch, da Caffeinated Capital di Ray Tonsing (noto per essere il primo investitore di Clubhouse, Airtable e Brex), assieme al founder di YouTube (Steve Chen), Twitch (Kevin Lin), PayPal (Max Levchin), VSCO (Joel Flory), Behance (Scott Belsky), e Worklife VC (Brianne Kimmel); solo alcuni della lunga lista di angels.

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Polywork è sicuramente una piattaforma interessante, dinamica e anche un po’ ribelle in cui molte persone potrebbero trovare la loro “casa digitale” data la facilità con cui si crea un portfolio e si accolgono nuove opportunità è una realtà al momento adatta agli early adopters, in Italia è scarsamente conosciuta ma in Silicon Valley sta andando forte, tanto che buona parte del gotha dei lavoratori della Valley ha un profilo Polywork.

Le premesse comunque sono buone e le potenzialità per crescere ci sono. Essendo una sorta di anello di congiunzione tra Twitter, Blog Personale, Link in Bio, e LinkedIn, riuscirà Polywork a farsi largo in questo mercato ultra-competitivo? Solamente il tempo e lo sviluppo delle piattaforme ci darà una risposta ma intanto la community che si è creata e la value proposition lasciano ben sperare.

Voi che ne pensate? Vi iscrivereste su Polywork?

Il mondo sta cambiando e chi ha successo impara a innovare i propri prodotti insieme ai propri processi e alle persone.

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© 2023 Andrea Zurini